Come possiamo rappresentare i suoni fonetici senza usare IPA o le lettere dell’alfabeto? Ecco un’idea che parte dai Symbols di J.P.Sloan

Function words vs Content Words: come funziona l’inglese parlato

ARTICOLO SCRITTO DA: CLAUDIA ADAMO, AUTRICE LONDON TEACH

Delle quattro abilità linguistiche, quella generalmente considerata la più sfidante è la writing, a causa delle regole di spelling e ortografia della lingua inglese.

L’inglese è una lingua piuttosto ricca dal punto di vista della fonetica, avendo ben 44 fonemi. Il fonema è l’unità minima fonatoria, il “suono”  che possiamo produrre con il nostro apparato articolatorio e che possiede, nel sistema della lingua di riferimento, un valore distintivo, ovvero ci permette di articolare parole distinte tra loro per significato (come per esempio m-uro e d-uro). Possiamo visualizzare il fonema come la tessera di un mosaico, l’unità minima  riconoscibile che concorre a creare il disegno della parola, della frase e del discorso. 

Per apprezzare la ricchezza del sistema fonetico inglese, possiamo confrontarlo con quello di altre lingue: il giapponese ha 22 fonemi, il greco 24, l’italiano 30, il cinese 35, il francese 37, il russo 40. Da questo breve paragone evince che l’inglese standard con i suoi 44 fonemi è una lingua foneticamente assai ricca (non tenendo in considerazione la notevole quantità di allofoni da aggiungere). Dato che la scrittura è la simbolizzazione in forma grafica dei fonemi, è ovvio che a una lingua foneticamente articolata corrisponde un’ortografia complessa

In effetti, le regole di codifica dell’inglese scritto sono numerose e complicate: l’alfabeto comprende 26 lettere, ma abbiamo 44 suoni, quindi non abbiamo una corrispondenza biunivoca tra grafema e fonema. Molti fonemi sono rappresentati da combinazione di due o più lettere.

Non solo abbiamo fonemi rappresentati da combinazioni di lettere, ma abbiamo più possibili combinazioni di lettere per alcuni fonemi (per esempio, il suono molle / tʃ/ si può scrivere come ch o tch) e, alcune di queste, possono essere rappresentare anche altri suoni (per esempio ch ha un suono /k/ duro in mechanic e sibilante / ʃ/ in chef).

Chi è inesperto di questioni linguistiche definisce l’inglese come “lingua non fonetica”. In Italia, l’inglese viene insegnato e imparato con il metodo globale, ovvero associando visivamente le parole alla loro pronuncia, senza approfondirne la scomposizione in fonemi e la corrispondenza tra grafemi e fonemi. Questo approccio è stato abbandonato da oltre 30 anni nei paesi anglofoni, in favore di uno strutturato insegnamento dei fonemi e grafemi. Lavorare foneticamente sull’inglese è sicuramente possibile e produttivo e i test standardizzati hanno mostrato un miglioramento di tutti gli indicatori di performance in lettura (inclusa la comprensione del testo) ove l’istruzione linguistica sia stata condotta con il metodo fonetico.

Una possibile soluzione per gli italofoni

Volendo ragionare in termini pragmatici, tuttavia, è innegabile che il contesto italiano presenti sfide diverse rispetto all’insegnamento dell’inglese a un madrelingua: il bambino anglofono conosce già la lingua in tutti i suoi aspetti, la sa interpretare dal punto di vista del significato ed è avvantaggiato nella percezione e discriminazione fine dei fonemi che la compongono. Questi aspetti sono prerequisiti fondamentali del processo di lettoscrittura, che vanno costruiti da zero quando insegniamo l’inglese agli italofoni.

Utilizzare metodi made in UK presenta delle controindicazioni. Alcuni di essi (come per esempio i Jolly Phonics), infatti,  lavorano da subito sull’abbinamento grafema-fonema, poiché danno per scontata la conoscenza orale della lingua. Tuttavia, per poter essere realmente produttivi in un contesto non madrelingua, la sensibilità al fonema va costruita. Inoltre, i metodi nati in paesi anglofoni, essendo strutturati sulla base dei programmi locali, prevedono moltissime ore di lavoro e questo risulta impraticabile nei nostri programmi, che dedicano all’inglese pochissime ore settimanali.

Per questo, pur nella consapevolezza che il sistema da applicare sia precisamente quello fonetico, è necessario fare una riflessione sulle tappe e modalità di insegnamento, che possano essere compatibili con la scarsa esposizione alla lingua e con il numero modesto di ore scolastiche a essa dedicate.

Symbols: l’idea di John Peter Sloan

Credo che molti conoscano e ricordino J.P. Sloan, non solo in quantità di docente di inglese, ma anche di uomo di spettacolo. Britannico, Sloan ha vissuto moltissimi anni in Italia, dove ha raggiunto la notorietà grazie a programmi televisivi come Zelig. Ha aperto una scuola di inglese a Milano, che ancora porta il suo nome, dopo la prematura morte avvenuta nel 2020, e ha scritto svariati manuali, alcuni dei quali dedicati alla pronuncia dell’inglese per italofoni. 

Ciò che è interessante nella sua opera di divulgazione è proprio l’ottica rivolta al pubblico italofono, partendo dalle caratteristiche specifiche della nostra parlata e dall’analisi degli errori comuni. Dal punto di vista fonetico, questa indicazione è estremamente sensata. Ogni parlante madrelingua è automatico nell’esecuzione dei movimenti fonatori della propria lingua, che vengono acquisiti già in tenerissima età. Coloro che studiano un’altra lingua, invece, devono apprendere i movimenti fonatori per articolare i suoni che non sono presenti nella propria e riusciranno a farlo in modo diverso da persona a persona. Alcuni riusciranno a imparare bene a pronunciare i fonemi appresi, mentre altri non riusciranno – anche a parità di esercizio – a riprodurre i fonemi estranei al proprio bagaglio. 

Lavorare sulla fonetica con una chiara idea del proprio target e delle sue caratteristiche, aiuta l’insegnante a concentrare gli sforzi in un’area ristretta di lavoro. Infatti, gli errori fonetici degli italofoni sono concentrati nei fonemi che l’inglese ha, ma l’italiano no. Questa area è diversa se consideriamo, per esempio, un pubblico formato da francofoni o da parlanti di lingue asiatiche.

Ridurre l’area di intervento è la prima idea che traiamo dall’esempio dei Symbols di J.P. Sloan, che aveva ideato delle icone per rappresentare solo alcuni dei fonemi inglesi: quelli che gli italiani non riuscivano a pronunciare.

L’alfabeto fonetico internazionale

Nell’ambito di un articolo dedicato alla fonetica, non possiamo non menzionare il fatto che esiste un alfabeto fonetico internazionale (IPA: International Phonetic Alphabet), che rappresenta i fonemi di tutte le lingue.

L’IPA potrebbe essere usato per rappresentare i fonemi su cui vogliamo lavorare con i nostri alunni, sulla base di un’ analisi simile a quella che ha fatto J.P. Sloan, ovvero una selezione basata sugli errori ricorrenti della nostra utenza.

L’alfabeto IPA è univoco, ovvero a ogni simbolo corrisponde un unico fonema. Questo lo renderebbe uno strumento utile e relativamente facile da usare. Tuttavia, dovendo insegnare a dei bambini, non possiamo non prendere in considerazione alcune controindicazioni importanti: l’IPA è difatti un ulteriore alfabeto, che andrebbe a sovrapporsi all’alfabeto latino che gli alunni già usano per leggere l’italiano e l’inglese. Inoltre, molti simboli dell’IPA sono uguali alle lettere dell’alfabeto latino.

Queste due indicazioni ci fanno capire che utilizzare l’IPA in una scuola primaria può essere fonte di grande confusione per i nostri alunni.

Se comunque si desidera farlo, consigliamo tre mitigazioni: 1) usare sempre un colore diverso dal testo per indicare le pronunce con l’IPA; 2) scegliere un piccolo numero di fonemi da rappresentare; 3) non  usare i simboli IPA coincidenti con le lettere dell’alfabeto italiano. Riportiamo due esempi, di seguito: 

Bisogna naturalmente specificare ai bambini che questa trascrizione non rappresenta la reale pronuncia delle parole.

Alfabeti fonetici alternativi

  1. P. Sloan con i suoi symbols ha creato una serie di simboli fonetici alternativi all’IPA, con cui si possono rappresentare suoni inglesi non presenti in italiano.

Le icone di Sloan hanno un grande vantaggio rispetto all’IPA: danno un’indicazione concreta su cosa fare per articolare un determinato suono. Nascono, cioè, non come uno strumento descrittivo, bensì come uno strumento didattico. Di seguito, possiamo guardare un suo video, in cui ne presenta alcuni.

Clicca qui per guardare il video English pronunciation with Sloan symbols

Nelle righe che seguono riassumiamo il significato di alcune icone.

Il Dottore (icona 1): rappresenta il suono /a:/, ovvero il fonema vocalico basso centrale e lungo, che produciamo quando diciamo car o star. Il gruppo <ar> nell’inglese britannico rappresenta una vocale, che non abbiamo in italiano, ma che possiamo riprodurre, immaginando di essere dal dottore e mostrare la gola (l’ordine che il dottore impartisce è: apra la bocca e dica A).

La palla (icona 2): rappresenta il suono / ɔː/, ovvero il fonema vocalico posteriore lungo, che produciamo quando diciamo ball o four. È simile, ma non uguale alla nostra o ed è sicuramente più lunga. Viene rappresentato con un pallone perché – diceva Sloan- è precisamente il suono che gli italiani fanno quando aspettano il goal allo stadio.

Il serpente (icona 4): rappresenta il fonema dentale sordo, che produciamo quando diciamo snake o snow.  È un suono che esiste anche in italiano, ma gli italofoni possono pronunciarlo in modo sonoro (quando vedono la lettera s davanti una consonante nasale), mentre in inglese il suono è sordo, ovvero prodotto senza la vibrazione delle corde vocali.

La mosca (icona 6): rappresenta il fonema dentale sonoro, che produciamo quando diciamo is oppure flies. Questo fonema esiste anche in italiano ma, per non confondere le due versioni sorde e sonore, Sloan ha inventato due simboli diversi. Il riferimento alla mosca è dato dal fatto che l’insetto, ronzando, fa zzzzz.

L’uomo morente (icona 7): rappresenta il fonema vocalico /ɜː/, che pronunciamo in parole come bird, learn e measure. Si tratta di una vocale lunga centrale, che in italiano non c’è, ma che in inglese è molto comune. Secondo l’indicazione di Sloan, si pronuncia pensando al suono che fa un uomo quando muore.

Th sordo e sonoro (icone 8 e 9): rappresentano i due suoni che abbiamo esemplificato con l’alfabeto fonetico negli esempi del paragrafo precedente: think /θ/ e mother /ð/ (rispettivamente sordo e sonoro). Non esistono in italiano, quindi dobbiamo insegnare ai bambini a produrli, facendo soffiare l’aria con la lingua che esce leggermente fuori dai denti.

Il fiorellino (icona 10): rappresenta il suono più comune della lingua inglese, ovvero lo shwa (/ə/), che è una sorta di suono vocalico di transizione, pigro, breve e non lateralizzato. È il suono vocalico che troviamo, per esempio negli articoli a, an, the.

L’idea di Sloan può aiutare molto i bambini nella pronuncia dei fonemi, specie quelli vocalici, perché essendo disegni non assimilabili a lettere, possono essere usati senza il rischio di confonderli con l’alfabeto latino.